Quando una persona chiede “cosa stai leggendo?” Subito dopo titolo e autore, la terza opzione di risposta si concentra sul genere. Narrativa, saggio, racconti… Se tra i due interlocutori poi c’è feeling, allora si può addirittura abbozzare un ulteriore livello di specificazione: romanzo di avventura, saggio storico, racconti fantasy e così via…
Ecco, la prima difficoltà che ho avuto con il testo di Angela Padrone “Precari e contenti” è stata proprio quella di incasellarlo. I toni sono quelli di un romanzo agile, non a caso scritto da una giornalista (de il Messaggero), in cui vengono però affrontati i temi propri di un saggio di sociologia del lavoro strutturato in racconti brevi di storie di vita “molto” guidate.
L’idea iniziale è affascinante e coraggiosa: decostruire un concetto più o meno scottante, quello della precarietà e criticarlo alla luce dei fatti reali, smontandone la costruzione di senso operata da luoghi comuni più o meno diffusi.
Il metodo però adottato è quanto meno strampalato se il rifiuto di un’idea precostituita, la precarietà è un male, passa attraverso l’assunzione di un vero e proprio dogma: la flessibilità è buona perché offre molte opportunità a chi sa coglierle. Tra l’altro assumendo tutti i luoghi comuni del versante opposto a quelli che si intendeva rifiutare. E’ così che il lavoratore pubblico diventa il fannullone, il giovane trentenne ancora a casa è un “bamboccione” (non lo dice lei, ma centra il punto), il contratto a progetto è l’apoteosi della libertà individuale ed il call center diventa il luogo di lavoro ideale per chi vuol tenersi stretto la propria libertà. Luogo ideale che sta per essere rovinato dalle nuove stabilizzazioni imposte per legge. Con buona pace dell’affermazione nell’introduzione “ci sono imprenditori che usano i contratti flessibili solo come forma di sfruttamento, e allora, è giusto controllare e intervenire”.
E’ a questo punto inevitabile, per l’autrice, il confronto con il passato. Non il passato lontano, ma quello degli anni 70, quello in cui appena uscivi dal percorso di formazione iniziava la caccia al posto fisso, senza internet, senza cellulare, senza conoscere l’inglese né i computer, ma soprattutto con la quasi inevitabile esperienza del lavoro in nero. Ora, il fatto che il lavoro in nero sia diminuito dall’introduzione di contratti flessibili è tutto da dimostrare, ma il punto centrale è il metodo del ragionamento, il confronto tra il peggio del passato e il “meglio” del presente. Come non ricordare, su questo, la risposta di Gallino a Sennet, quando questi gli fa notare come un operaio della prima rivoluzione industriale avrebbe considerato un lusso le occupazioni precarie di oggi: “E’ indubbiamente vero, - risponde Gallino- ma in un certo senso equivale a dire che un innocente condannato ai nostri giorni a dieci anni a causa di un errore giudiziario non dovrebbe lamentarsi, perché due secoli fa sarebbe stato impiccato subito”. (Gallino, il lavoro non è una merce, Laterza 2007)
Per quanto riguarda l'uso delle storie di vita, direi che in generale ci sono due modi di usarle: il primo è quello ad esempio di Giovanna Fullin in “vivere l’instabilità del lavoro”. In cui le interviste semistrutturate sono articolate e organiche ad un progetto di ricerca. Stralci di interviste sono riportati con tutta “l’autorità del dato”. Un altro modo è quello che più o meno ho trovato qui: riempire le pagine. Certo non lo fa solo Angela Padrone, anche Beppe Grillo si è ultimamente cimentato in “schiavi moderni”, ma con due significative differenze: in primo luogo il libro di Grillo è gratuito e in secondo luogo Grillo non interrompe di continuo le storie con “consigli” del tipo “Non è detto che si debba essere geni in culla. C’è anche chi matura dopo, l’importante è che non sia troppo dopo. Perché nella lotta per la sopravvivenza sul lavoro, la velocità è un elemento chiave”.
Se dovessi individuare la colonna portante del testo è proprio la serie infinita di consigli.
Gli stessi consigli che darebbe un genitore, dati però con l’affettività di un sacerdote. Il sottotitolo è già un esempio esaustivo: “storie di giovani che ce l’hanno fatta”. Che si posiziona esattamente a metà tra il “non tutto è perduto” e il “se vuoi puoi”.
Il testo è impregnato di individualismo, di superomismo, di cultura della meritocrazia e condita da uan buona dose di “paraculismo”. Di questo c’è davvero tutto. E’ esattamente quello che un genitore preoccupato per suo figlio avrebbe bisogno di sentirsi dire per farsi coraggio e per trarre ispirazione per nuove raccomandazioni da fare al “cucciolo d’uomo” ormai cresciuto, raccomandazioni cui si lascia a volte andare, fastidiosamente, anche
Questo è quello che ho trovato in questo libro. Molte sono le cose di cui non c’è ombra, ma la carenza più vistosa, proprio perché in “precari e contenti” è per la libertà individuale che varrebbe la pena sacrificare le vecchie certezze, è la mancanza della libertà di scelta. Non è difficile immaginare quali possano essere i vantaggi di certi contratti in certe specifiche situazioni, ma gli altri? La libertà dei primi vale forse più di quella dei secondi?
Colgo l'occasione di questo articolo, per invitare tutt@ a partecipare alla presentazione del libro che si svolgerà nella facoltà di sociologia dell'Università La Sapienza di Roma,lunedi 17 alle ore 14:30 ( leggi il programma)
questo articolo il 18 dicembre è stato pubblicato anche su sxnet.
;
grillo;
lavoro;
libro;
padrone;
precari;
precarietà;
L'indirizzo IP del mittente viene registrato, in ogni caso si raccomanda la buona educazione.
Articolo
Storico
Stampa




















Feed RSS 0.91
Feed Atom 0.3