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Roma, Trastevere: la Sicurezza del venerdi sera.
Ricevo e incollo questo pezzo, di Luca Trincheri.
Non riuscirei infatti a dire meglio di lui dei fatti accaduti in occasione della delicatissima operazione condotta in nome della sicurezza nazionale, o nazionalista, svoltasi la serata del 21 giugno a Roma, in zona Trastevere...
Non riuscirei infatti a dire meglio di lui dei fatti accaduti in occasione della delicatissima operazione condotta in nome della sicurezza nazionale, o nazionalista, svoltasi la serata del 21 giugno a Roma, in zona Trastevere...
C´è pure la televisione, per raccontare come la gioventù romanasi diverte a Trastevere il venerdì sera. L´ora dell´aperitivo. Le vieattorno a piazza Trilussa gremite di persone. Cinque o sei bancarelledi venditori ambulanti. Un ragazzo ha appena regalato un paio diorecchini alla sua fidanzata. Le sirene della polizia colgono tutti disorpresa. Non è un semplice controllo: tre macchine e una camionettavuota che ha tutta l´impressione di dover essere riempita. È la primaoperazione contro i venditori ambulanti dopo l´entrata in vigore deldecreto sicurezza, che amplia i poteri per i sindaci in materia diordine pubblico. Mi fermo ad osservare, come molti altri. Non è
curiosità, la mia. È un istinto di controllo. I poliziotti iniziano a sbaraccare i banchetti. Via la merce, raccolta sommariamente neilenzuoli su cui era disposta. Un agente tiene un indiano stretto per ilbraccio, mentre dal suo viso trapela tutto, la paura, la rassegnazione,fuorché l´istinto di scappare. È ammutolito. Un donnone africano, delTogo, è invece molto più loquace. Se la prende quando l´agente
raccoglie violentemente i lembi del telo a cui erano appoggiati gliorecchini e le collane che vendeva. «fammi mettere nella borsa,almeno!» dice all´agente. «Non scappo, non ti preoccupare, ecco il miopermesso di soggiorno». «Ma perché tutto questo? - dice - non stavofacendo nulla di male». All´agente scappa un sorriso, forse un po´amaro: «è il mio lavoro». Poi la donna incalza: «conosco la nuovalegge. Ora mi fate 5.000 euro di multa. Ma perché non ci date un mododi fare questo lavoro regolarmente?» Nessuna risposta dall´agente, chese ne va e lascia il posto ad un collega, molto meno accomodante. «Emuoviti, su!», dice senza accennare ad aiutarla a trasportare le suecose. Lei, con lo stesso sorriso sul volto, chiude la valigia arancionee con le mani occupate dice «dove andiamo, di qua?», mascherando conl´orgoglio la paura che in fondo in fondo le sta crescendo. Mantienel´ironia però, quando mi avvicino e le chiedo da dove viene. «DaNapoli, bella Napoli, vero?», e intanto, mentre mi svela le sue vere
origini africane, si toglie gli orecchini: «questa bigiotteria non miserve più, stasera». Due metri più distante due ragazzini italiani, conil loro banchetto in tutto e per tutto uguale agli altri. Devonosbaraccare anche loro, ma gli agenti usano maniere molto più educate.Non li tengono per le braccia, non gli ammassano la merce. La ragazzaraduna le poche cose che avevano in vendita. Lui è allibito,terrorizzato, e inizia a parlarenervosamente: «ve lo giuro, è la prima volta che vengo, lasciatemiandare». «Se prendiamo loro dobbiamo prendere anche voi», risponde unagente. Ma alla fine non sarà così. Il ragazzo si dispera, «sono diRoma, non posso credere che mi trattiate allo stesso modo che a quellilì». Evidentemente è un discorso convincente. Si avvicina un signore inborghese che è lì a dirigere l´intera operazione. «Dottò, Capitano,Maresciallo, giuro che non lo farò mai più...». Si sbraccia, sembra unbambino appena messo in punizione dalla mamma. L´uomo in borghese simostra irremovibile, ma si capisce subito che vuole solo dargli unalezione, e appena gli altri fermati - 7 persone, tutte straniere - nonsono più a vista, lo lascia andare. A operazione conclusa vado dalsignore in borghese, mi presento, «sono un giornalista e ho assistitoalla scena. Perché avete fermato solo gli stranieri?», chiedo. Larisposta è eloquente. «Portatelo via, identificatelo, e controllate -aggiunge guardandomi negli occhi - perché ha l´alito che puzza dibirra». Già, la birra che stavo bevendo prima, e che mi è andata ditraverso con tutto quello che succedeva. Per fortuna non è ancorareato, comunque. Mi portano in due verso il ducato dove sono radunatigli stranieri, tenendomi strette le mani sulle braccia. Non mi era maisuccesso, prima, ed è una sensazione davvero sgradevole. «Questo peradesso è nell´elenco dei fermati» dice l´uomo alla mia destra, anchelui in borghese, ad un collega. Spalle alla camionetta, mani fuoridalle tasche, cellulare sequestrato. «Perché avete fermato solo glistranieri?». L´uomo con la polo rosa, quello che mi stringeva dadestra, mi risponde, anche se - dice - non sarebbe tenuto: «perchéquesti sono tutti irregolari». Balle, ho visto con i miei occhi ladonna togolese dare il proprio permesso di soggiorno al poliziotto,prima. Ma non mi aspettavo certo una risposta veritiera. «Certo che nonavevi proprio nient´altro di meglio da fare», dice con sprezzo unodegli agenti. «Ho fatto una domanda, voglio una risposta». L´uomo inrosa, che ha la mia carta d´identità e sta scandendo il mio nome
per radio si gira verso di me, «hai finito di parlare?» grida. A quantopare anche rispondere alle domande costituisce un grave errore, einfatti un terzo poliziotto, defilato fino a poco prima si indirizza ame dicendo «guarda che a fare così peggiori solo la tua situazione».Chiedo di sapere i loro nomi e gradi, come avevo fatto già con l´uomo inborghese al principio, convinto che per legge sia un loro dovereidentificarsi. Un altro poliziotto - ma quanti ne ho attorno, quattro,cinque? - mi da la sua versione della legge. «Vedi qual è la differenza,è che io posso chiederti come ti chiami e tu non puoi chiedermi niente,chi comanda sono io». Un suo collega aggiunge: «certo, se lo vuoimettere per iscritto è diverso, ma non te lo consiglio, la cosa sifarebbe piuttosto scomoda». La minaccia mancava, in effetti. Interrompela discussione l´uomo in rosa. «Luca!», e con la mano mi fa cenno diandare da lui. «Vuoi andare?»«Voglio una risposta alla mia domanda», insisto. «Non hai capito - sispiega - hai voglia di chiuderla qui questa storia o no?». «Non sonostupido, so quello che mi sta dicendo, ma io voglio la mia risposta». Miaccompagna lontano dal furgone, in piazza Trilussa. Davanti a me l´uomoche comanda l´operazione, quello dell´alito puzzolente. Mi chiedo setornare da lui, ma mi rendo conto che nel gioco del muro contro muro ilsuo è molto più duro. Aspetto ancora in piazza, osservo l´operazioneconcludersi, fino all´istante i cui gli immigrati vengono caricati sulfurgone che si mischia al traffico del lungotevere. Non c´è altro dafare, questa sera, se non raccontare in giro quello che ho visto. Questa
triste deriva, quest´inverno italiano che avanza. Oggi inizia l´estate.
Evviva.
(21 giugno 2008)
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